Diario di bordo

Tranquilli, abbiamo vinto noi

Lunedì 18 luglio

Lunedì mattina, prima dell’alba: sembra proprio di essere al casino di Montecarlo, quando il croupier annuncia “les jeux sont faits” e si aspetta solo dove andrà a finire la pallina della roulette.

Le probabilità che Draghi lasci – dopo che non solo il Paese, ma addirittura il mondo si è messo in ginocchio pregandolo di restare - sono le stesse che la pallina finisca sullo zero.
Di converso, le possibilità che il Movimento Cinque Stelle possa continuare ad esistere, sono scese al lumicino. L’Avvocato del Popolo Giuseppe Conte, ultimo generale di quello che fu il più grande movimento populista del XXI secolo in Europa (in America c’è stato Trump, invece), non lascia eredi. Il suo giovane esercito, che quattro anni fa era arrivato - senza resistenze particolari, anzi osannato dalle folle - ad occupare il 33 per cento degli scranni parlamentari con 11 milioni di voti, aveva da tempo gettato le armi, svelto a cercare accordi separati e rese più o meno onorevoli.
Giuseppe Conte però aveva  avuto il suo momento, aveva resistito al Covid, l’Europa lo aveva applaudito, si era intravisto addirittura statista; purtroppo per lui non ha resistito alle sirene di Putin, cosa che francamente non era necessario.
Chi l’ha consigliato a strappare - un borioso giornalista castigamatti e un professore biondino che dice cose terribili con tono soave - l’hanno mandato allo sbaraglio, come due Jago contro un debolissimo Otello; ora che ha perso lo convinceranno che un battagliero partitino amico dei russi “ha prospettive non disprezzabili”. C’è da sperare (per lui) che Conte non abbocchi. O forse abboccherà, perché si sente umiliato e vuole una rivincita. Resta lo spettacolo, abbastanza inusuale in politica, di un movimento che ha distrutto sé stesso: la prova che il potere corrompe e lo fa velocemente.

Draghi invece sembra aver vinto senza muoversi, tipo “in amor vince chi fugge”: quando in un Paese ti supplicano non solo i vertici, ma anche i camionisti, mille sindaci e la Cgil, c’è solo da augurarsi che non ne abusi; ha davanti a sé otto mesi, in cui può fare cose egregie.

Adesso ci possiamo mettere seduti in tranquillità e aspettare il discorso di mercoledì, con una strana sensazione: quella che, in fondo, abbiamo vinto tutti.

 

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