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I figli del diluvio di Lydia Millet

Mi vengono in mente vari film con sequenze del genere, di gente che diventa la versione migliore di sé stessa. Da bruco a farfalla, montaggi con una musica vivace in sottofondo. Nei film queste trasformazioni sono viste come un trionfo dello spirito umano. Veniva da pensare che nella storia recente avessimo standard molto bassi in fatto di trionfi. Andava bene un po’ di rossetto, o anche un taglio di capelli e del gel. Dei vestiti nuovi. Ecco a cosa si era ridotto lo spirito umano

La letteratura, si sa, può farsi valido strumento di attivismo sociale e Lydia Millet, non è un segreto, è autrice dalla spiccata propensione per lo sfruttamento di tale potenziale. La sua ultima fatica, I figli del diluvio, romanzo tradotto da Gioia Guerzoni per NN Editore (2021), ne è massima esemplificazione.

Surreale fiaba pulp in cui i ragazzi agiscono come adulti (o quasi) e gli adulti come una banda di bambini viziosi, l’opera della scrittrice statunitense è una freccia appuntita che va dritta al bersaglio del cambiamento climatico e delle sue catastrofiche conseguenze, una capsula del tempo destinata alle generazioni presenti, da schiudere con l’urgenza di chi teme che presto sia già troppo tardi.

È proprio questa, d’altra parte, l’amara convinzione che pare muovere il gruppo di giovani protagonisti della storia, Eve (io narrante) e suo fratello minore Jack in testa, tutti riuniti nella grande villa che dà sull’oceano da genitori bramosi di trascorrere le vacanze estive in un infinito party a base di alcol e droghe. Astiosi e restii alla condivisione di spazio e tempo con gli adulti, adolescenti e bambini si godono la natura tra boschi e spiagge, fintanto che un diluvio di proporzioni bibliche non si abbatte sulla zona, distruggendo una porzione della casa e allagando completamente il territorio. Sarà il momento, per Eve e compagni, di misurarsi con l’impegnativa lotta per la sopravvivenza, sempre vicini alla loro idea di giusto, sempre distanti da quei genitori che “non avevano fatto proprio niente”, anzi, “si erano dimenticati la cosa più importante, nota anche come: il futuro”.

I figli del diluvio
I figli del diluvio Di Lydia Millet;

Un gruppo di famiglie si riunisce in una villa sull'oceano per trascorrere insieme una lunga vacanza. Per madri e padri significa passare il tempo tra vizi e alcol, mentre i figli, ragazzi e ragazze dai sette ai diciassette anni, lasciati a loro stessi, creano una comunità e si nascondono l'un l'altro l'identità dei genitori

I figli della Millet sono ragazzi della “Generazione Greta”, giovani e giovanissimi infuriati con le generazioni che li hanno preceduti, appartenenti a un tempo ora collocabile in un avvenire distopico e imprecisato, ora spaventosamente identico al nostro presente.

Ciò determina una lettura partecipe e scorrevole, fluidificata da descrizioni ambientali talvolta concise (ma evocative) e passaggi narrativi sfumati con maestria. Non meno efficace, in tal senso, è lo stile reciso, in grado di prendere di petto le tematiche di attualità che attraversano il testo (su tutte: clima, diritti civili, razzismo, sessismo), conferendo altresì piena credibilità a personaggi non adulti e a un parlato così risultante semplice, schietto, caustico… in quattro lettere: vero.

“Se non sei niente, forse puoi anche essere tutto [...] Le molecole non muoiono mai”, dice la Millet con la voce della protagonista, a incorniciare la filosofica consapevolezza (o l'alienata rassegnazione) che caratterizza una gioventù nata sconfitta, martoriata da un’alluvione che, oltre a inondare la terra, sembra spazzare via definitivamente un sistema di valori malato. Ma la tenera età custodisce un potere per cui qualsiasi partita rimane ancora tutta da giocare: la capacità di non smettere mai di sperare.

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