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La musica di Edvard Grieg

Illustrazione digitale di Cecilia Viganò, 2023

Illustrazione digitale di Cecilia Viganò, 2023

La musica classica chiedeva attenzione, impegno, tempi lunghi; e lui invece scriveva pezzettini che duravano una manciata di minuti. La musica classica viveva di frasi auliche, nobili, magari persino un po’ arroganti; e lui invece si ispirava a danze popolari, a ninne nanne, a canzoncine.

Ma allora com’è che Grieg è andato a finire sugli scaffali accanto a Wagner, a Brahms, a Čajkovskij, se le sue partiture facevano di tutto per non sembrare musica classica?

Il punto è che i suoi 66 Pezzi lirici per pianoforte, oppure le celebri musiche di scena scritte per accompagnare il Peer Gynt di Ibsen – cioè i suoi pezzi in assoluto più celebri – della musica classica possiedono un terzo elemento: la sorpresa. Lo stupore. Il bagliore inatteso.

Quando scrivono, infatti, i compositori di musica classica non sono più abili, più colti, più esperti dei loro colleghi che si dedicano al jazz, al pop, al rock, alla colonna sonora: la differenza, il marchio di fabbrica della musica classica proviene dal percorso lungo il quale un brano si fa strada, dal moltiplicarsi delle possibilità istante per istante, dal proliferare delle diramazioni battuta dopo battuta.

Mentre altre musiche sono come un estuario, che sfocia dritto nel mare, in modo efficiente, riconoscibile, potente, la musica classica è come un delta, con rivoli che si disperdono sul terreno, ristagni, inabissamenti carsici lungo i quali, sì, si arriva al mare, ma solo dopo passaggi, svolte, curve, giravolte che i compositori stessi non sanno prevedere quando mettono sul leggio un foglio bianco.

Altre musiche, cioè, seguono pratiche “di genere”, solide, ripetibili, tanto che talvolta i brani sono serenamente alternativi tra loro (mi hanno spiegato che capita spesso a chi compone musica per il cinema: «Scrivimi un pezzo che sia come questo!», chiede un regista, e ci si trova a comporre ricalcando qualcosa di esistente); mentre la musica classica inventa ogni volta la propria rotta, cambia continuamente indirizzo, procede verso destini imprevisti, tanto che quando non lo fa ce ne accorgiamo, la definiamo accademica e non ci viene voglia di ascoltarla.

A pensarci, dunque, Grieg in realtà compone la musica più classica di tutte, perché rinuncia alle fiches facili da buttare sul tavolo (durate ampie, formule retoriche, idee arzigogolate) e punta tutto sul modo inatteso con il quale affronta i suoi materiali di partenza, quasi sempre di matrice popolare o falsamente popolare.

Le sue partiture sono infatti il frutto di un continuo lavoro di cesello sul fronte della fantasia, sono un garbato ma regolare inganno delle aspettative, declinato con accordi che appaiono rivoltati (sono le stesse note, ma lui le colloca in un ordine diverso), successioni armoniche inattese (la logica musicale sarebbe andata in una direzione, ma lui ne sceglie un’altra), iterazioni ritmiche inconsuete (ci si aspettava di sentire una cellula per due volte e lui la ripete per tre), melodie che guizzano (sarebbe stato comodo e rassicurante un disegno tornito e lui lo spezza, lo interrompe, lo traccia da capo).

Attenzione: ad ascoltarla, la sua musica ci appare rassicurante, dolce, accogliente. Non ci spaventa. Non ci turba. Ma le minuscole, continue sorprese che nasconde, il lavoro segreto di Grieg, quel suo far sì che nulla, a guardarlo con la lente, sia come uno se lo aspetterebbe, è ciò che oggi ce lo fa celebrare, a 180 anni dalla nascita – avvenuta a Bergen, in Norvegia, il 15 giugno 1843 – come uno dei grandissimi compositori della storia della musica classica.

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