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The French Dispatch di Wes Anderson

Nel momento in cui muore il direttore di un giornale, insieme al suo necrologio vengono scelti i tre articoli più significativi della storia della testata. Da qui altrettanti episodi principali.

Ci sono pochissimi registi al mondo che con una nota, un colore, un movimento di macchina, un volto, sanno dirci che sono stati loro a firmare il film al quale stiamo assistendo. Anderson è uno di questi e lo ribadisce ampiamente nel suo ultimo lavoro: lambiccato, carsico, frastagliato e perfettamente inserito nel percorso dell’autore, uno statunitense che è tra i meno statunitensi, se pensiamo che fra i suoi ultimi sei film uno solo è ambientato in patria. Ha infatti un gusto della citazione e del rimando, una cadenza narrativa stratificata e fortemente dialogica, una sensibilità estetica di matrice decisamente europea.

The French Dispatch
The French Dispatch Di Faber & Faber

THE FRENCH DISPATCH brings to life a collection of stories from the final issue of an American magazine published in a fictional 20th-century French city. This is the book written by Wes Anderson.

Un connubio che rappresenta il grande merito e il parziale spreco di Anderson, che continua a faticare a risolversi in questo tenere un piede a Est dell’oceano Atlantico e un piede a Ovest del medesimo.

Anche in quest’ultimo film, supportato come sempre da un cast clamoroso (si contano almeno venti volti noti, tra cui i suoi soliti storici interpreti), si perde in movimenti di macchina chirurgici, ribadisce l’importanza della centralità dell’inquadratura in perfetto stile kubrickiano, alterna i suoi consueti colori pastello a un bianco e nero raffinato (fotografia del fidatissimo Robert Yeoman), si avvale di musiche variegate di Alexandre Desplat (che nell’episodio dell’artista criminale citano sfacciatamente il concittadino parigino Eric Satie) e persino dei costumi della decana Milena Canonero (ricordate il sontuoso lavoro da Oscar che portò a termine per Barry Lyndon? Ecco, proprio lei).

Non tutti gli episodi sono ugualmente forti, tuttavia: se quello con Benicio del Toro e Léa Seydoux – che appare completamente nuda più volte – è ai confini con la perfezione, il secondo è abbastanza debole anche se è ammirabile il tentativo di disegnare una storia anni Sessanta a metà tra Truffaut e Godard, mentre il terzo è un buon elemento medio e strizza l’occhio a Jean-Pierre Jeunet (e non a caso tra i ringraziati c’è Bruno Delbonnel, storico direttore della fotografia di quest’ultimo). Comparsate per Griffin Dunne e per Henry “Fonzie” Winkler.

In sostanza: come sempre Anderson incanta per la messa in scena e per la resa, essendo senza dubbio un narratore formidabile. Riuscisse anche a dare una forma all’immenso materiale che ha nella testa e davanti agli occhi sarebbe un Maestro. Gli manca quel passaggio. Anche in questo lungometraggio a un certo punto si è trascinati dentro dal “come” più che dal “cosa”. Il che è sia un merito che un demerito. La bilancia, tuttavia, pende ancora a favore del filmmaker, un vero talento, in attesa da sempre - però - del capolavoro, del punto e a capo.

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