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Gli amanti della notte di Mieko Kawakami

Quindi, anche se mi immergo nei libri tutti i giorni, non mi resta niente

È vero, di libri che parlano di libri ce ne sono parecchi in giro. Sulla scia tracciata da qualche bestseller, si sono spese tante pagine – più o meno riuscite – per raccontare del potere dei libri, del loro fascino e della loro capacità di dar vita, oltre che contenerle, a delle storie. Di solito è un potere benefico: due sconosciuti si incontrano in una libreria dalle luci soffuse e si sfiorano le mani mentre afferrano lo stesso libro e cose così. Ma negli Amanti della notte, anche se i libri ci sono, non sono quello che ci aspettiamo. Al contrario, diventano qualcosa di malefico, ossessionante, e il più possibile da tenere alla larga.

Gli amanti della notte
Gli amanti della notte Di Mieko Kawakami;

Irie Fuyuko è sola, lavora come correttrice di bozze e ha difficoltà a trovarsi degli amici. Non che ci provi granché, ma quando le succede, la pressione è tanta da costringerla a bere. Sarà proprio l'alcol il motore dei suoi incontri, più o meno fortunati, che la faranno uscire dalla sua bolla.

Irie Fuyuko ha trentaquattro anni e vive a Tōkyō. Ha sempre fatto un solo lavoro, quello per cui è tagliata: la correttrice di bozze. È per questo che, per lei, i libri sono un lavoro, prima di tutto, e poi una minaccia, perché se è vero che non esiste un libro perfetto e senza refusi, lei quel refuso lo trova sempre dopo la pubblicazione, sugli scaffali delle librerie. E diventa la sua vergogna, la sua lettera scarlatta, possiamo dire.

Per fare il suo lavoro – lo ripete di continuo, forse, più che altro, per convincersene – bisogna passare molto tempo in solitudine. E, infatti, Irie è sola, impacciata e incapace di sostenere una conversazione. Anche quando ha l’occasione di farsi un amico, Irie balbetta, lascia le frasi in sospeso, non trova le parole giuste (che, per una redattrice, può rappresentare un problema), arrossisce senza motivo, e tutto questo la isola ancora di più.

Nove anni fa, verso le undici di una sera d’inverno, tutt’a un tratto mi venne voglia di uscire a fare una passeggiata

Si concede solo un piacere all’anno, che è piccolo, microscopico in confronto a tutta la tristezza di cui si circonda: la notte del suo compleanno, che cade la vigilia di Natale, Irie esce a fare una passeggiata. Lo fa perché ama le luci, le piace vedere come la città cambia volto quand’è sola anche lei eppure luminosa, quando ogni insegna, lampione, finestra danzano in bella mostra davanti ai suoi occhi. Come la redattrice che è, per Irie il mondo è fatto di questi dettagli impercettibili, e nella prosa di Mieko Kawakami le cose minime esplodono in un frastuono destabilizzante.

La prima volta che l’ho visto accadere sulla pagina è quando la cameriera di un caffè serve Irie poggiando la tazzina di fronte a lei. Com’è buona norma, la donna fa roteare la tazza fino a portare il manico rivolto verso la mano destra della cliente. È un gesto semplice, che abbiamo visto accadere un milione di volte – senz’altro più che in Giappone, mi verrebbe da dire – e non significa, probabilmente, nulla. Eppure, mentre leggevo di questa tazzina che rotea, sentivo lo sfregare della ceramica sul piattino, il discostarsi appena del cucchiaino, il profumo dell’espresso. Una cosa infinitesimale, ve l’ho detto, eppure assordante.

«Sai, quando si parla dell’estate, mi vengono sempre in mente i lombrichi» ha detto dopo un po’.
«I lombrichi?»

Nella prima parte del libro, preparatevi a odiare Irie. Talmente goffa e inadatta alle relazioni che vorrete entrare nel libro per dirle di darsi una mossa, di fare qualcosa, qualsiasi cosa. Un’amica la trova, Hijiri, ma per caso. Tutto ciò che fa Irie, per un bel pezzo, le arriva dall’esterno, non è lei a deciderlo. Neppure la scelta che poi sarà la sua rovina e la sua possibilità è presa in autonomia, perché Irie inizia a bere, rasentando l’alcolismo, solo quando vede l’amica ubriacarsi in un locale notturno. E questa inettitudine, per fortuna di noi lettori, mette in moto tutto ciò che accade.

È solo grazie alla borraccia piena di sake che ormai Irie si porta sempre dietro che vomita sulle scarpe di Mitsutsuke e gli diventerà amico (quello che dicevo prima sulla tazzina, immaginatevelo ora per i conati di vomito: l’attenzione ai dettagli ha i suoi pro e i suoi contro). È grazie al suo essere sempre al limite dello stato di ebbrezza se riuscirà a confessare di amare la luce, di essere attratta dalla sua natura, di voler uscire dal buio in cui è finita non ricorda come.

Lei è un'amante della notte, ma non per il buio, né per l’occasione che questa rappresenta per stare nascosta e sola – Irie è già entrambe le cose –, ma perché solo di notte si può essere illuminati, o, ancora meglio, luminosi. Solo nell’oscurità, per quanto infima la nostra esistenza, per quanto soli, si può diventare qualcosa di irripetibile, brillante, così coraggioso da sfidare le tenebre.

Quando l’immensa luce del giorno svanisce, la metà del mondo che resta splende con tutte le proprie forze

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Ha iniziato la sua carriera come cantante e cantautrice prima di fare il suo debutto letterario nel 2006. Con Seni e uova (E/O, 2020) ha vinto il premio Akutagawa, il più prestigioso premio letterario giapponese, e ha ottenuto elogi dall’acclamata scrittrice Yoko Ogawa. Kawakami è anche autrice dei romanzi Heaven e Di tutte le notti gli amanti.

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