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La grande fortuna di Olivia Manning

Disse: «Siamo insieme. Siamo vivi… almeno per il momento». Stringendole la mano, lui le chiese: «Quando mai saremo più di questo?». Guy spinse la porta verso l’interno illuminato e Harriet lasciò che quella domanda cadesse nel vuoto.

Incertezza. Privata e pubblica. Nei primi approcci di un matrimonio giovane e negli albori di una guerra invadente che viene solo sussurrata. Olivia Manning ne La grande fortuna (Fazi), primo volume della trilogia dei Balcani, intreccia due dimensioni che, per quanto parallele, si ritrovano proprio nel loro tentennare.

La grande fortuna
La grande fortuna Di Olivia Manning;

È l’autunno del 1939 e i novelli sposi Guy e Harriet Pringle dall’Inghilterra si trasferiscono a Bucarest. Guy insegna all’università e Harriet, che non ha una vera famiglia, ha accettato di seguirlo in Romania.

I coniugi Pringle si trasferiscono a Bucarest nel 1939. Guy, docente di inglese, generoso e idealista. Harriet, moglie introversa ed esigente. Un’esigenza che nasce da una consapevolezza nuova, un tarlo che si insinua durante il viaggio in treno per la Parigi dell’Est.

Adesso può succedere di tutto.

Tra loro, in primis. Un’unione acerba, scalfibile, non fortificata dagli anni. Una coppia che più che accendersi, si innervosisce di fronte ai comportamenti inaspettati dell’altro, scambiando la sorpresa per tradimento.
Può succedere qualsiasi cosa anche in Romania dove, benché l’avanzata dell’occupazione nazista si faccia sempre più concreta, si respira ancora un’aria di vaghezza ingannevole.
Olivia Manning che come Harriet accompagnò il marito a Bucarest proprio nel ’39 per una serie di conferenze, non ci descrive la guerra nei dettagli. Ci risparmia bombe, sangue e soldati.
Quello che fa è suggerirci la sua presenza inquietante. Come un tappeto musicale a volume minimo, ma costante.
Ne La zona di interesse di Jonathan Glazer, tra i film trionfatori negli ultimi premi Oscar, seguiamo le vicende familiari di Rudolf Höß, comandante del campo di concentramento di Auschwitz.  La singolare genialità della pellicola consiste nel non vedere mai gli orrori del campo di concentramento, che si fa co protagonista affermando la sua presenza solo grazie al montaggio sonoro di accompagnamento, quasi a creare un’entità soprannaturale che vive nel film.

Olivia Manning in questo romanzo adotta un simile stratagemma. La scenografia principale si costruisce nei salotti di Bucarest, tra caviale, party lascivi e slogan comunisti gettati al vento. Una mondanità vivida che ben si presta a ricacciare le minacce belliche nell’armadio.
Al centro della scena troviamo Guy e Harriet. I loro tentativi cauti nel conoscersi l’un l’altro e l’energia tangibile con cui invece si relazionano ai nuovi conoscenti. Una danza di corteggiamento che vede Guy in prima fila, sicuro grazie al suo estro e all’eloquenza versatile con cui si destreggia tra chiacchiere di politica e letteratura. Harriet al contrario deve far i conti con lo spettro della condivisione. Soprattutto quando il marito appare rinvigorito nel continuo scambio con i colleghi inglesi e la nobiltà rumena, al contrario suo, recalcitrante alla popolarità.

La guerra sta nel proscenio, non al centro della scena, ma a sporgere verso la sala. A contatto più stretto con il pubblico. Quello che infatti appare evidente è la posizione di vantaggio del lettore, già preparato ai colpi di quello che verrà dopo.

Parlando di teatro, Guy a un certo punto decide di improvvisare un laboratorio di recitazione, allestendo Troilo e Cressida di Shakespeare. Una scelta apparentemente non casuale. Il dramma fa parte di quelle che vengono definite problem plays, una via di mezzo tra comico e tragico; una fucina di personaggi che sembrano metonimicamente rappresentare la parte di un qualcosa di più ampio. Un atteggiamento sociale. Qui, ne La grande fortuna, individuabile come snobismo. Una sicumera che fa percepire la realtà come ovattata, quasi risibile. A contribuire a questo ritratto, una serie di personaggi pittoreschi, capitanati dal principe Yakimov. Nobiluomo decaduto, il tipico parassita scroccone caro alla tradizione della commedia classica. Yaki, così si fa chiamare, passa le giornate a farsi offrire pasti prelibati e a intrufolarsi a party esclusivi. Che guerra e libidine se li mangino tutti! Per citare Shakespeare.

La Manning dimostra uno degli assunti più incontrovertibili. Più la minaccia è grande e con contorni ben definiti, meno la si percepisce.

«Una grande paura può sbaragliare l’amore.» Esclama un consigliere amico di Guy, in uno dei loro interminabili simposi. E qui l’autrice volutamente si contraddice. Quello che sembra sopravvivere alla fine infatti è proprio il matrimonio tra Harriet e Guy. Il loro continuo conoscersi e rimodellarsi, andando a creare il ritratto di un amore riconoscibile proprio perché reale.

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La posta della redazione

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Conosci l'autrice

Olivia Manning è stata un'autrice inglese. Nacque a Portsmouth, in Inghilterra, e trascorse gran parte dell’infanzia nell’Irlanda del Nord. Si formo` come pittrice alla Portsmouth School of Art, poi si trasferì a Londra e si dedico` alla scrittura. Pubblico` il primo romanzo a suo nome nel 1938. L’anno successivo sposo` R.D. “Reggie” Smith e la coppia si trasferì in Romania, dove lui era impiegato presso il British Council. Durante la seconda guerra mondiale, i due fuggirono in Grecia e poi a Gerusalemme, dove vissero fino alla fine del conflitto. Manning scrisse diversi romanzi, ma raggiunse il successo con La grande fortuna (1960), il primo di una serie di libri sulla storia di Guy e Harriet Pringle successivamente raccolti in due volumi: la trilogia dei Balcani e la trilogia del Levante. Manning scrisse inoltre saggi e testi di critica, testi storici, una sceneggiatura e un libro sui gatti birmani e siamesi. Nel 1976 fu nominata comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico.

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