Festival di Cannes 2022

Cannes 2022 si presenta ai nastri di partenza con una bella infornata di titoli, ma soprattutto una rimarchevole lista di registi di richiamo, con un numero limitato ma necessario di outsider. E vediamo se lo storico sciovinismo trionferà anche stavolta.

Al netto del film fuori concorso che inaugurerà la kermesse, l’ultimo di MichelThe ArtistHazanavicius (vale a dire “Final Cut”), spiccano una serie di autori che garantiscono il giusto glamour alla corsa alla Palma d’oro. In tutto sono ventuno.

Partiamo dalla categoria prediletta dal Festival: gli autori locali. Si inizia con Claire Denis (attenzione, gioca in casa ed è donna, come l’ultima vincitrice, ovvero Julia Ducournau e il suo discutibile “Titane”…) che presenta “Start at Noon”, si prosegue con Arnaud Desplechin, un regista ormai pronto che per la grande affermazione, che porta sulla Croisette “Brother and Sister”, quindi Léonor Serraille a sua volta sui rapporti familiari con “Mother and Son”. Per molti anche Valeria Bruni Tedeschi e “Forever Young” sono considerati francesi, nonostante le ovvie origini italiane dell’artista.

Per restare comunque in zona francofona, si va in Belgio e si possono citare i magnifici fratelli Dardenne, sebbene ultimamente meno eclatanti rispetto agli inizi ma spesso premiati a Cannes, con “Tori and Lokita”, quindi Lukas Dhont, che proprio qui si era fatto notare con l’esordio “Girl”, ora in concorso col suo secondo lungometraggio intitolato “Close”, per chiudere con Felix Van Groeningen (in coppia con l’attrice connazionale Charlotte Vandermeersch) e “Le otto montagne” tratto dal libro del nostro Paolo Cognetti.

L’Asia, spesso una contendente di livello nei Festival maggiori, annovera il giapponese Hirokazu Kore-eda, qui trionfatore con “Un affare di famiglia”, che presenta “Broker”, il sudcoreano Park Chan-wook, uno che ama scioccare per temi e svolgimento dei medesimi, consegna agli schermi “Decision to Leave”, mentre il russo Kirill Serebrennikov arriva con “Tchaïkovski’s Wife” e infine l’iraniano Saeed Roustaee con “Leila’s Brothers”.

Il resto d’Europa è ben rappresentato dal rumeno Cristian Mungiu, uno che raramente sbaglia un film e che proprio Cannes rivelò con “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”, col suo “R.M.N.”, quindi dagli svedesi Ruben Östlund, a sua volta già vincitore in riva al Mediterraneo con “The Square”, che torna con “Triangle of Sadness” e Tarik Saleh con “Boy from Heaven”, lo spagnolo Albert Serra che porta “Pacifiction”, il leggendario polacco Jerzy Skolimowski, classe 1938 e attivo dal 1964, il quale propone “Eo” e il nostro Mario Martone che cerca l’affermazione con “Nostalgia”. Da menzionare infine Ali Abbasi e il suo “Holy Spider”, un autore iraniano naturalizzato danese.

E il Nordamerica? Se consideriamo che negli ultimi diciassette anni ha vinto una sola volta e col suo regista più europeo in assoluto (vale a dire Terrence Malick con “The Tree of Life”), non stupisce che vi siano solo una grande promessa poi scarsamente mantenuta come James Gray, che porta “Armageddon Time”, la bravissima Kelly Reichardt, la cui filmografia andrebbe vista in blocco, con “Showing Up” e il maestro canadese David Cronenberg che dopo ben otto anni torna sugli schermi con “Crimes of the Future”. Un Cronenberg che, peraltro, pare proprio prendere il testimone dall’ultima vincitrice che con “Titane” – in qualche modo – aveva riportato in auge l’incrocio uomo/macchina, come proprio lo stesso Cronenberg aveva proposto nel 1996 con “Crash”, che non a caso vinse il Premio della Giuria proprio a Cannes.

Per il resto, non in gara, si possono citare il ritorno di Tom Cruise col personaggio che lo lanciò, ovvero “Top Gun: Maverick” dello statunitense John Kosinski, gli australiani “Elvis” di Baz Luhrmann e “Three Thousand Years of Longing” del vecchio pirata George “Mad Max” Miller, quindi il trio francese composto da “Masquerade” di quel Nicolas Bedos che conquistò tutti con l’eccellente “Belle Epoque”, “Novembre” di Cédric Jimenez e “L’innocent” di Louis Garrel.

Pur tenendo presente che desta stupore la completa assenza in concorso di pellicole inglesi o tedesche, va riconosciuto che la kermesse provenzale ribadisce una grande forza, quand’anche sempre a rischio campanilismo ed eccesso di affetto verso gli antichi vincitori. Detto ciò, promette di essere assai meglio dei recenti, inqualificabili e deludenti, Oscar.

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