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Un territorio ferito

Le parole non sono qualcosa di astratto. La loro esistenza promana direttamente dalla nostra esperienza del mondo. Questo mondo di parole ed esperienza contiene la materialità delle cose: gli oggetti in cui, diceva Calvino, investiamo la nostra umanità. E contiene i luoghi, i paesaggi, le città.

Uno di questi luoghi è Casamicciola, sedimentato nell’immaginario popolare come emblema del disastro. Era una sera di luglio del 1883 quando un terremoto del decimo grado della scala Mercalli (equivalente, in quel caso, a 5.9 gradi della scala Richter e “completamente distruttivo” nella definizione dei geologi) rase al suolo quest’area dell’isola, che è la più grande – e la più densamente, assurdamente cementificata – dell’arcipelago Flegreo, nello specchio di mare di fronte a Napoli. Anche in quell’occasione, le case divennero trappole mortali per chi ci viveva, come è successo il 26 novembre con la colata di fango che si è abbattuta sull’abitato dal monte Epomeo.

Le vittime furono tante, in quella notte di luglio. Alcuni sopravvissero, ma ebbero per sempre la vita cambiata. Successe a Benedetto Croce, che lo scrive nelle pagine autobiografiche raccolte da Giuseppe Galasso in Soliloquio, di recente pubblicato da Adelphi:

Una brusca interruzione e un profondo sconvolgimento sofferse la mia vita familiare per il terremoto di Casamicciola del 1883, nel quale perdetti i miei genitori e la mia unica sorella, e rimasi io stesso sepolto per parecchie ore sotto le macerie e fracassato in più parti del corpo.

Aveva 17 anni, Croce. Qualcosa di ancora più drammatico toccherà a Gaetano Salvemini, che sotto le rovine di Messina nel 1908 vide morire moglie e cinque figli. Le parole, si diceva, sono le cose. E le cose sono le nostre vite, e i nostri corpi: il corpo in più parti fracassato di Benedetto Croce, e il corpo del nostro paesaggio, anche lui devastato da catastrofi che, se pure dipendono da fenomeni che chiamiamo “naturali”, di naturale hanno ben poco, perché sono il risultato di decenni di pratiche rovinose fatte di abusivismo e tolleranza dell’illegalità, mancata prevenzione e negligenza del rischio, che in Italia, come regolarmente mostrano i rapporti dei geologi, è altissimo.

È questo, anzi, che fa la differenza tra una disgrazia e una catastrofe, tra un terremoto e un disastro: il suo spessore politico, il fatto che la fragilità dei luoghi e quello che succede dopo che sono stati distrutti dipende in larga parte da come li interpretiamo, da come li abitiamo. Croce lo capì perfettamente quando, proprio cent’anni fa, firmò la prima legge nazionale sulla tutela del paesaggio, paesaggio che è per lui “la carezza del suolo al nostro piede”. Ma che noi stessi dobbiamo calpestare con dolcezza, perché la nostra impronta sia sostenibile.

Nel libro postumo La ragazza dagli occhiali d’oro, Pietro Citati racconta che nel 79 d.C. Plinio il Giovane, durante l’eruzione che devastò Pompei e in cui restò ucciso suo zio Plinio il Vecchio, fosse rimasto imperturbabile a leggere le opere di Tito Livio e ad attendere. Dopo avrebbe raccontato, ma allora era convinto come tutti gli altri che “tutto sarebbe morto e defunto per sempre”. Ci furono lutti atroci, ma qualcosa tuttavia sopravvisse. “Finalmente la caligine si diradò e si dissolse in una specie di fumo o di nulla. Presto fu davvero giorno. Il sole brillò, ma giallastro, come capita durante un’eclissi”, scrive Citati. Il mondo non finisce dopo le eruzioni, i terremoti, e i disastri. Però cambia, e sanarne le ferite è un compito politico.

Se Casamicciola è rimasta nei modi con cui a Napoli si dice la devastazione, le macerie di Messina sono state visibili fino a pochi decenni fa, e nelle nostre tasse, a guardar bene, c’è ancora un contributo per il Belice, il Friuli, l’Irpinia. Nei giorni del disastro, a fine novembre, a Napoli si proponeva la candidatura del culto di San Gennaro a Patrimonio Unesco. Qui però non servono santi ma leggi e stanziamenti. Non serve la fede, ma la ragione, e l’onestà intellettuale e morale di chi amministra questi luoghi e l’Italia intera. E di chi vota, abita, costruisce. Insomma, non servono miracoli, ma una cultura del bene comune.

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