Il sismografo

La cultura del Putin-pensiero

Cosa c'è nella mente di Vladimir Putin? È un pazzo, oppure no? E se sì, che tipo di pazzo è? E se non è un pazzo perché ha scatenato questa guerra? Perché la prospettiva di una bomba nucleare, da decenni un deterrente, è ora un ricatto per l'umanità?

Il tentativo di psicanalizzare Putin a distanza forse si presta a diagnosi generiche che in fin dei conti hanno il tempo che trovano. Sembra anche estremamente improbabile che nel medio periodo la nomenklatura o una sollevazione popolare risolva il problema; dunque l'approccio alla mente di Putin può essere realisticamente condotto da prospettive diverse da quella psicologico-comportamentale. Ci pensa Michel Eltchaninoff con Nella testa di Vladimir Putin, saggio del 2015 ma aggiornato in questa edizione alla guerra in corso. Giornalista e saggista francese, già docente alla Sorbona e ora al timone della redazione di "Philosophie Magazine" (e già autore di saggi-inchiesta su Marie Le Pen e Mark Zuckerberg con la stessa impronta metodologica), Eltchaninoff si affida a una solida documentazione, una prosa brillante e un'ottima capacità di sintesi per mettere sotto la lente sia il milieu sia l'evoluzione del Putin-pensiero da quando il nuovo zar è alla testa dell'impero post-sovietico.

Nella testa di Vladimir Putin
Nella testa di Vladimir Putin Di Michel Eltchaninoff;

Quali sono le basi ideologiche e filosofiche del pensiero dell'autocrate più potente e pericoloso dei nostri tempi? Il pensiero di Putin è complesso (ha molte diverse ispirazioni) e si evolve (è cambiato negli anni). Prendendo spunto spesso da irrazionalismi – ma sempre con pretesa scientifica – e da pensatori per lo più sconosciuti in Occidente.

Si parte da una data recente, il 2014, quando Putin impose alla nomenklatura, sotto forma di un curioso regalo di fine anno, la lettura di alcuni testi di Ivan Il'in (1883-1954) antisovietico e anticomunista, e Nikolaj Berdjaev (1874-1848), anch'egli filosofo, esistenzialista-cristiano ortodosso. Tutti e due espulsi da Lenin nel 1922 e sepolti dalla storia, fino a quando la perestrojka non ne permise la ripubblicazione. La visione filosofico-ideologica del mondo pazientemente forgiata da Putin, dopo aver fatto fuori la prima generazioni di oligarchi con fantasie democratiche e piglio berlusconiano, è un work in progress condotto con l'aiuto di vari intellettuali, fra i quali il regista Nikita Mikhalkov, sostenitore della rinascita della Russia bianca.

Prende forma una teoria di formule interconnesse, che spaziano dallo spirito del judo a Lao Tzu, dal recupero del sovietismo inteso in senso nazionalista e militare all'imperialismo zarista e al sogno del movimento "eurasista" (di cui l'Ucraina gioca un ruolo imprescindibile) secondo il quale le radici della nuova Russia sono tanto europee quanto asiatiche. In seguito, si sono evolute in una ibridazione funzionale a una progressiva virata verso un'ideologia conservatrice e autoritaria in grado di far emergere e valorizzare la storica superiorità morale del popolo russo di fronte all'evidente decadenza della cultura occidentale. Kant, in fondo, nacque e visse a Königsberg: prussiana, all'epoca, ma oggi Kaliningrad, l'enclave russa tra Polonia e Lituania, dunque... e del resto, qui è Putin che parla a proposito di Marx ed Engels, «La colpa è dei tedeschi, sono stati loro ad imporceli esportando il marxismo da noi.»

Putin si circonda di «un nugolo di speechwriter che gli propongono riferimenti filosofici molteplici e variabili» chiosa Eltchaninoff, perché, come tutti i cittadini dell'URSS, «è cresciuto nel rispetto quasi religioso dei libri e dei grandi nomi della cultura». La filosofia è molto di moda nel decennio successivo alla perestrojka, in particolare quella che ha pretese scientifiche e che può riverberarsi nella gloriosa storia della scienza e della tecnologia sovietica. Eppure, la svolta conservatrice ha bisogno di una terza leva oltre a filosofia e scienza (si fa per dire) coerente e disponibile, come può essere il Patriarcato di Mosca, che contro i principi della cristianità si è schierata a favore della guerra e incarna una parte fondamentale del sostegno alla crociata putiniana contro i valori corrotti dell'Occidente. Un altro elemento imprescindibile è stato dare nuovo impulso alla fortissima tradizione militare, come hanno ben descritto Svetlana Aleksievič in Tempo di seconda mano e Anna Politkovskaja in La Russia di Putin.

La Russia di Putin
La Russia di Putin Di Anna Politkovskaja;

«Siamo solo un mezzo, per lui. Un mezzo per raggiungere il potere personale. Per questo dispone di noi come vuole. Può giocare con noi, se ne ha voglia. Può distruggerci, se lo desidera. Noi non siamo niente. Lui, finito dov’è per puro caso, è il dio e il re che dobbiamo temere e venerare. La Russia ha già avuto governanti di questa risma. Ed è finita in tragedia. In un bagno di sangue. In guerre civili. Io non voglio che accada di nuovo. Per questo ce l’ho con un tipico čekista sovietico che ascende al trono di Russia incedendo tronfio sul tappeto rosso del Cremlino». Anna Politkovskaja

Tutti questi elementi vanno a comporre un gigantesco puzzle ideologico che, per quanto debba la propria coerenza interna a pezzi presi un po' qua e un po' là, secondo assonanze, sembra funzionare e alimentare una formidabile macchina di propaganda capace di plasmare facilmente le coscienze. Perché niente è veramente nuovo, niente è sconosciuto ed è proprio il leader supremo a esprimersi con questa varietà di argomenti storici, religiosi, culturali in ogni apparizione pubblica, in televisione, alla Duma, incontrando i bambini di una scuola o mentre presiede una riunione con i nuovi oligarchi a lui fedeli. Kant si rivolta nella tomba, ora in terra russa, e insieme a lui vaste schiere di pensatori occidentali, se aggiungiamo che il trumpismo si è mosso e si continua a muovere sulle stesse direttrici. Il che ci può portare a pensare che, per quanto altamente imperfetto e contradditorio, il sistema occidentale fondato sulla democrazia ha i suoi anticorpi, ma non è dotato di superpoteri, ed è dunque necessaria una costante manutenzione. Al tempo stesso, la questione che la democrazia occidentale possa o debba essere esportata appartiene a un altro, complesso, paradigma, poiché in questo "teatro" di guerra si recita a soggetto, come sembra evidente. Questi percorsi ben argomentati e documentati nella mente del putinismo possono portarci in altre zone della morale: forse non si tratta di capire se e quanto Putin sia pazzo. Forse i libri di Michel Eltchaninoff, Svetlana Aleksievič, Anna Politkovskaja e di altri ci portano alla necessità e all'urgenza di riformulare tempi, forme e principi del nostro modo di vedere il mondo, per capire prima quello che andava fatto prima o, almeno, provarci. Un approccio che calza a pennello anche per altre grandi questioni come il cambiamento climatico, la crisi energetica e quella alimentare. Passare dalla mente di Putin non è il percorso più evidente ma può rivelarsi molto interessante ed efficace.

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