Sotto le copertine

Chandler, Marlowe e io

I libri tradotti da Gianni Pannofino - diversissimi fra loro - hanno almeno due caratteristiche in comune: nascono nel silenzio, e fanno rumore
Pannofino è il più limpido esemplare di quella genìa di night writer che nel silenzio delle ore piccole trovano l'humus ideale per far germogliare le parole altrui e tradurle nella propria lingua. 
Ma poi, una volta che il frutto di quel lavoro è maturo e pronto per essere raccolto e gustato da tutti i lettori, non c'è modo di farne passare sotto silenzio la qualità.
E così, ogni novità nella traduzione di Gianni Pannofino finisce col farsi notare.  
David Sedaris, William T. Vollmann, Chuck Palahniuk, Jonathan Lethem, Jennifer Egan… tutti autori che un traduttore non si può limitare ad "amministrare", per così dire.
Tutti autori la cui inventiva linguistica dev'essere fatta propria e restituita in modo vivo e credibile, per mantenere la promessa fatta da quelle penne inconfondibili.
Ma nel mazzo di questa mano stregata, che sbancherebbe i pronostici di qualsiasi croupier, c'è una wild card che Pannofino tiene in serbo come un asso nella manica e che negli ultimi anni ha contribuito a comporre un florilegio di nuove traduzioni per un autore molto noto. 
Si tratta delle edizioni Adelphi dei libri di Raymond Chandler, mitico capostipite del genere hard boiled, dalla cui morte sono passati sessantacinque anni e che continua, soprattutto attraverso le avventure della sua creatura di carta più nota, il detective Philip Marlowe, a irradiare il suo fascino su nuove generazioni di lettori.
Poco dopo l'uscita di Finestra sul vuoto, che segue quelle di Il grande sonno, Addio mia amata Il lungo addio, abbiamo intercettato Gianni Pannofino all'incrocio fra l'ora del gufo e quella dell'allodola. Quando le ombre della notte si preparano a stemperare nei primi barbagli di luce, è il momento migliore per prepararsi un caffè e parlare di storie, idee, suoni e parole. 
Buona lettura! 

L'intervista con Gianni Pannofino


Gianni Pannofino, buongiorno.  Come va? Si dice che gli scrittori siano animali notturni. Ma tu sei la prova vivente che anche i traduttori non scherzano, quanto a ore piccole…  dì la verità: la caffettiera è sempre sul fornello acceso, a casa tua?

Sì, lo confesso, e con… ehm… sigaretta di contorno.

MM: Sai che i cronotipi dividono le persone in allodole (quelle particolarmente mattutine) e gufi (quelle che rendono meglio la sera)? Ti identifichi in una di queste due categorie ornitologiche? Oppure ne conieresti una terza, cucita addosso alle tue abitudini?

Ho scoperto che esistono pinguini che, per ragioni loro, fanno ogni giorno undicimila pisolini da quattro secondi. Credo sia questa la categoria verso cui tendo.

MM: A parte gli scherzi, e per introdurre alcuni dei temi di cui parleremo in questa nostra conversazione: qual è la routine di una tipica giornata di lavoro, per un traduttore attivo su tanti fronti come sei tu?

Beh, giornate tipiche… Ci sono cose che non mancano mai, in una mia giornata, ma si succedono in maniera casuale, improvvisata, sotto l’effetto delle mille pressioni interiori e anche esterne. Quindi: musica (sempre), caffè, sigarette, pagine lette e tradotte, doomscrolling a iosa, messaggini, altro caffè, altre sigarette e – dopo aver letto Vite brevi di tennisti eminenti, di Matteo Codignola, mi sento finalmente libero di dirlo – sport a ciclo continuo in sottofondo. Tanti fronti, però, non saprei: a me sembra di essere sempre nel solito bunker.

Finestra sul vuoto
Finestra sul vuoto Di Raymond Chandler;

«Raymond Chandler ha inventato un nuovo modo di parlare dell’America, e da allora per noi l’America non è più stata la stessa» - Paul Auster

MM: Quello del traduttore, se pure oggi viene riconosciuto più di un tempo, è stato a lungo un mestiere negletto, nella filiera editoriale. Quando le cose hanno cominciato a cambiare? e come mai a tuo avviso?

GP: Ah, sono cambiate? Oops, mi ero distratto. Ci danno le royalties?

MM: Quando hai capito che tradurre, per te, sarebbe potuto diventare un mestiere? C’è stato un vero e proprio momento di epifania?

GP: Prima di fare il traduttore ho corretto (con molto piacere) quintali di bozze e poi rivisto testi con gradi di responsabilità crescenti, finché qualcuno non mi ha offerto un contratto per una traduzione. Nessuna epifania: un processo graduale e anche un po’ casuale.

MM: “Immobile, rovente e profumata”: tre aggettivi coi quali Chandler definisce l’aria di Pasadena ne “Una finestra sul vuoto”, appena uscito nella nuova edizione Adelphi per la tua traduzione, ci danno l’occasione per cominciare a parlare di questo scrittore formidabile, dalla cui morte sono passati sessantacinque anni.
Che romanzo è “Una finestra sul vuoto”?

GP: Ehm, onestamente, non saprei dire in poche parole, o con parole utili, nuove. È Chandler, è Marlowe… tutte le parole che, dal mio punto di vista, potevo usare le ho messe nella traduzione.

Il grande sonno
Il grande sonno Di Raymond Chandler;

È sempre l’ultimo incarico, per Philip Marlowe. Ma quello che gli abbiamo affidato stavolta, forse, è il più delicato.

MM: Chandler, per certi versi, nasce “classico”: dei classici ha il senso infallibile della frase, il ritmo, il modo in cui riesce a far “vedere” un contesto storico e culturale attraverso una encomiabile economia di mezzi. Qual è il suo specifico di scrittore, dal punto di vista di un traduttore come te, che vi ha lavorato molto e che conosce anche altri autori appartenenti allo stesso “canone”, per così dire? Come racconteresti Chandler, cioè, a un lettore che non avesse ancora incontrato le sue opere?


GP:
Chandler, per certi versi, non c’è bisogno di raccontarlo: chi crede di non conoscerlo di solito scopre, con qualche piccola sollecitazione maieutica, di avere più o meno da sempre impressa nella mente la figura di un personaggio alla Marlowe, di un’atmosfera, di un certo tono (magari per il tramite di imitazioni o parodie). Però, per l’inquadramento storico-critico, consiglierei la lettura di un capitolo de La città di quarzo del grande, compianto Mike Davis, intitolato “Sole splendente o ‘Noirs’? Gli intellettuali di Los Angeles” (edizione italiana Manifestolibri, 1993, nella traduzione di Andrea Rocco, p. 19).

Il lungo addio
Il lungo addio Di Raymond Chandler;

Un lungo addio da dire solo quando significa qualcosa, solo quando è triste, solitario…

MM: “Il grande sonno”, “Il lungo addio”, “Addio mia amata”, “La donna nel lago”, “Finestra sul vuoto” … titoli di efficacia proverbiale, che senz’altro hanno contribuito a far “durare” l’opera di Chandler attraverso diverse generazioni di lettori. Quanto è importante un titolo efficace, secondo te, per “comunicare” un libro? C’è un titolo della cui traduzione italiana sei particolarmente fiero?

GP: Be’, sì, un buon titolo non guasta, credo, ma la traduzione dei titoli è spesso una cosa su cui il traduttore non viene interpellato. Anzi, a essere sinceri, ci sono traduzioni di titoli con cui il traduttore non sarebbe d’accordo, ma ubi maior

MM: L’hard boiled poggia su immagini, metafore e analogie con un “armamentario” sicuramente connotato, a livello cronologico. Come fare ad “attualizzare”, ad aggiornare quel sistema senza tradirne il senso più autentico?

GP: Mah, non sono sicuro che ci sia tanto bisogno di attualizzare. Umori, sentimenti, psicologie sociali, dinamiche politiche hanno ampie corrispondenze nel presente, mi pare.
E la longevità del genere è forse dovuta proprio a questo (ma potrei sbagliarmi).

Addio, mia amata
Addio, mia amata Di Raymond Chandler;

«Chandler scriveva come se il dolore si sentisse davvero, e come se la vita avesse davvero un senso» – The New Yorker

MM: Marlowe è un uomo di poche parole, nei dialoghi, ma è spesso anche l’io narrante delle avventure di cui è protagonista. A tuo avviso, questo conferisce un valore aggiunto alla prosa chandleriana e allo spessore dei personaggi?

GP: Si potrebbe fare l’esperimento di chiedere a ChatGPT (visto che Umberto Eco ci ha lasciato) di riscrivere Chandler in tutti e cento gli stili contemplati da Queneau, per vedere l’effetto che fa.


MM: Quanto hanno contribuito a perpetuare il mito del detective duro, tutto d’un pezzo, gli adattamenti cinematografici tratti da Chandler? E a tuo avviso, il cinema e la televisione hanno reso un buon servizio, alla letteratura di genere com’è quella su cui ti eserciti da tempo?

GP: Qui ci vuole un esperto. Io sono un vile meccanico della macchina-testo. Oltretutto, non ho la televisione da almeno vent’anni, e al cinema… ci andavo spesso negli anni Ottanta.

MM: Pahlaniuk, Sedaris, Egan... sfogliando l'impressionante elenco degli autori che hai tradotto negli ultimi dieci anni, non si può fare a meno di notare un'inclinazione per gli "irregolari"... ovvero, per autori spesso particolarmente ironici e con un approccio marcatamente postmoderno al romanzo. Qual è l’autore col quale avverti l’affinità più forte? E quali sono le ragioni di questa tua “specializzazione” traduttologica?

GP: No, be’, non è esattamente una specializzazione. Quelli che menzioni sono autori da me tradotti per Mondadori, con cui lavoro da decenni. Edoardo Brugnatelli, mitico editor e mio benefattore, deve aver intuito qualcosa, però ho tradotto anche tanti saggi e cose più “regolari”. In trent’anni c’entra tanta roba.

MMPer finire, ti andrebbe di dare un consiglio a quei giovani che sono incuriositi dalla “via della traduzione” e vogliono provare a misurarsi con un mestiere bello e difficile come il tuo?

GP: Mah, francamente, che consiglio potrei dare? Mi limiterò a citare un amico che, anni fa, chiacchierando, mi diceva: “Io un lavoro come il tuo non lo farei neanche morto”.

Grazie mille, Gianni Pannofino! Buon lavoro. O buon riposo!

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