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Roberto Grossi consiglia Trilogia della città di K. di Agota Kristof

Uno dei libri che mi ha colpito di più nella vita è la Trilogia della città di K. di Agota Kristof. Soprattutto il primo episodio, Il grande quaderno, mi è talmente rimasto dentro che ho sentito il bisogno, poi, di raccontarlo in qualche modo anche in chiave fumettistica. Un libro così difficile da togliere dalla testa da diventare quasi ingombrante. Credo sia assolutamente da leggere

Roberto Grossi

Agota Kristof (1935 – 2011) scrive: “E quando avrai troppa pena, troppo dolore, e se non ne vorrai parlare con nessuno, scrivi.” Ed è ciò che fa, nelle sue opere, con maestria stilistica destabilizzante, l’autrice ungherese fuggita dall’invasione sovietica nel suo paese e naturalizzata svizzera. Consegna, così al lettore un monito dolente, come venato di deflagrante dolore è il suo capolavoro, Trilogia della città di K., il libro cult dell’illustratore e fumettista Roberto Grossi.

Il romanzo si compone di tre parti: Il grande quaderno, pubblicato separatamente nel 1986, La prova, del 1988, e La terza menzogna, del 1991, tutte poi confluite nella traduzione italiana della Trilogia della città di K., del 1998. Scritto in francese, lingua di adozione dell’autrice, la Trilogie des jemeaux narra la storia di crescita, sopravvivenza e abbandono dei due gemelli Klaus e Lucas, dell’evoluzione e delle ambiguità del loro rapporto, da una inseparabilità dapprima patologica al sofferente distacco decretato dalla frontiera, in un vortice di atrocità e disperazione che si propaga dalla Seconda guerra mondiale ai nostri giorni.

Trilogia della città di K.
Trilogia della città di K. Di Agota Kristof;

Quando Il grande quaderno apparve in Francia a metà degli anni Ottanta, fu una sorpresa. La sconosciuta autrice ungherese rivela un temperamento raro in Occidente: duro, capace di guardare alle tragedie con quieta disperazione. In un Paese occupato dalle armate straniere, due gemelli, Lucas e Klaus, scelgono due destini diversi: Lucas resta in patria, Klaus fugge nel mondo cosiddetto libero. E quando si ritroveranno, dovranno affrontare un Paese di macerie morali.

Sono moltissimi gli aspetti che rendono questo romanzo terribilmente bello e affascinante, a partire dalla prosa per nulla facile della scrittrice, che Giorgio Manganelli ha definito “una prosa di perfetta, innaturale secchezza, una prosa che ha l'andatura di una marionetta omicida.”

In un Est Europa indefinito e divorato dalle atrocità della guerra, Agota Kristof racconta una storia che “fa troppo male”, che manda in crisi, come afferma Roberto Grossi, perché insopportabile per la sua verità, e che per questo va abbellita, descrivendo “le cose non come sono accadute”, ma come “avrebbe voluto che accadessero”. E lo fa con una scrittura volutamente asciutta, cruda e potente, drammaticamente reale e sconvolgente, ma allo stesso tempo magnetica.

Un turbamento inesorabile attornia il lettore, lo sballotta attraverso una narrazione impeccabilmente orchestrata e chirurgicamente tessuta, dai toni fiabeschi del primo capitolo alla durezza del capovolgimento finale fino a farlo ritrovare confuso, spaesato, a tratti sconfortato, tra passato e presente, reale e immaginario.

Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient'altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia

Agota Kristof

Agota Kristof non solo ha scritto un capolavoro del Novecento ma ha lasciato, nelle sue pagine, una traccia straziante ed estrema in grado di ricostruire metaforicamente un’identità dilaniata e violata dagli orrori della guerra, tanto affine alla sua perenne condizione di migrante e “analfabeta”, come la stessa autrice si definiva: sopravvivere a ogni costo di fronte all’accadere delle cose, così come la storia micidiale della Trilogia della città di K., così come Agota.

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