Anniversari e ricorrenze

La notte in cui James Brown salvò Boston

James Brown, Februar 1973, Musikhalle Hamburg - © Heinrich Klaffs on Flickr

James Brown, Februar 1973, Musikhalle Hamburg - © Heinrich Klaffs on Flickr

Gospel, blues, soul, funk. Sono solo alcuni dei molti generi musicali che colorano la voce di uno dei più grandi cantanti di tutti i tempi. 
Sono passati ben novant'anni dalla sua nascita e come pochi ha portato la rivoluzione, e non solo sul palco.
James Brown ha cantato, molto, ma ha anche saputo ascoltare i tempi che correvano. Tempi duri, complessi, che fumavano d'ira e che gridavano, come i cittadini di tutta America che protestavano per l'uccisione di Martin Luther King.
Ma lui ha capito che poteva fare di più, e ha regalato a tutta la città di Boston un concerto salvifico (e nel vero senso della parola).

Il 5 Aprile del 1968
, giorno seguente all’assassinio di Martin Luther King, James Brown ha in programma un concerto a Boston.
Dopo il tragico evento, tutte le grandi città americane sono in subbuglio, tra assalti, distruzioni, incendi dolosi e scontri con la polizia: la rabbia e il dolore hanno portato la gente per strada a protestare e ribellarsi senza mezzi termini perché si tratta anche di un grave attentato alle lotte per i diritti civili degli afroamericani.

In questo clima di estrema tensione, la data dal vivo del “padrino del soul” nel capoluogo del Massachusetts non viene annullata, anzi la decisione è di farla trasmettere in diretta da una nota televisione locale nella speranza che la musica di uno dei musicisti afroamericani più noti di sempre possa creare un diversivo.
È così che Brown si ritrova davanti a un pubblico triste, scosso, arrabbiato, agitato e realizza un concerto passato alla storia, non solo per la sua solita grinta ma soprattutto per come dialoga dietro le quinte con i politici e le forze dell’ordine e sul palco con la sua gente, a cui sta per regalare una nuova canzone che farà epoca, Say It Loud - I’m Black And I’m Proud.
La stessa gente che, a Boston, alla fine, quella sera non scenderà nelle strade...

"Mr. Dynamite", allora trentacinquenne, su quel palco opta per la professionalità e per l’apparente freddezza di fronte al tragico evento perché non si risparmia, non lesina le sue movenze passate alla storia, tanto plastiche quanto elettriche, ma nel contempo è consapevole della situazione e, in alcuni passaggi, cerca le parole giuste per calmare il pubblico che si riconosce in lui perché è fiero del suo talento e del suo successo ottenuto partendo dal basso.
La credibilità è molto importante in casi simili, è fondamentale per mantenere un rapporto di fiducia con il pubblico, soprattutto quello che ti ha sostenuto agli esordi, e lui la ha.

I fan più devoti di Brown sono sempre stati a conoscenza dell’importanza di questo concerto ma solo quarant’anni dopo, nel 2008, la storia è diventata più popolare grazie al regista statunitense David Leaf (1952), che ha girato i festival di mezzo mondo per presentare il suo documentario The Night James Brown Saved Boston: un’ora e un quarto in cui si racconta bene questa strana esibizione in programma alla fine di una giornata drammatica, la prima senza Martin Luther King, ucciso la sera prima.

Le immagini girate al Boston Garden mostrano, appunto, quanto Brown sia stato capace di gestire la tensione seguita al trauma di questo assassinio, abile a tenere calma la comunità afroamericana che lo considerava un punto di riferimento importante, e lo ascoltava.
Per esempio, a un certo punto dei giovani salgono sul palco durante lo show - fatto non proprio usuale per l’epoca - e lui rivolge loro la parola senza esitazioni, li quieta senza l’intermediazione delle forze dell’ordine presenti, puntando su un orgoglio sano, sul fatto che, come lui, sono neri, per poi riprendere a proporre la sua esplosiva miscela di soul e funk.

James Brown, insomma, sembrava sapere che, per quanto le proteste fossero sacrosante e gli animi giustamente caldi, la sua gente, quanto meno quella che stava di fronte al palco e agli schermi televisivi, avrebbe rischiato di subire ulteriori violenze e soprusi se fosse scesa in strada in un clima così concitato.
E così, verso la fine del concerto, si è permesso di suonare anche I Got You (I Feel Good), oggi un classico assoluto ma all'epoca uscito da appena tre anni, e di chiudere con la non meno movimentata I Can't Stand Myself (When You Touch Me).
Sempre urlando e ballando, nonostante tutto.

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