Anniversari e ricorrenze

La poesia di Eugenio Montale a 125 anni dalla nascita

Illustrazione di Marya Cesarano, 2021

Illustrazione di Marya Cesarano, 2021

“Come per tutti i grandi artisti longevi, non uno ma molti Montale ci guardano dalle sue raccolte poetiche”, scrive il critico letterario Pier Vincenzo Mengaldo nell’analizzare i temi della poetica montaliana, da Ossi di seppia a Le occasioni, da La bufera a Satura, delineando il ritratto di un “poeta terrestre e celeste insieme”, posto in una feconda compresenza di concretezza linguistica e astrazione metafisica.

Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981) è stato uno dei protagonisti più significativi del Novecento europeo e un’importantissima figura di riferimento per tutta la cultura italiana, dalla prima raccolta poetica del 1925, Ossi di seppia, al Premio Nobel della letteratura nel 1975. Nel 1929 assunse la direzione del Gabinetto Viesseux (preziosa istituzione culturale fiorentina), carica che mantenne fino al 1938, quando ne venne allontanato perché non iscritto al Partito fascista. Nel 1948 si trasferì a Milano, città nella quale avrebbe vissuto fino alla morte, lavorando anche come redattore del “Corriere della Sera”. Montale, inoltre, seppe riconoscere e promuovere autori al tempo misconosciuti (come Italo Svevo) portando avanti nel contempo una intensa attività di traduttore. Eliot, Pound, Kavafis, Melville, Shakespeare e Steinbeck sono alcuni degli autori la cui opera ha potuto beneficiare dell'acuta sensibilità linguistica del poeta, che contribuì senz'altro ad avvicinare un largo pubblico alle grandi letterature.

Il 12 ottobre ricorreranno i 125 anni dalla nascita di Eugenio Montale: ripercorriamo i tratti essenziali della sua opera e del suo universo poetico, una delle espressioni più alte della cultura del Novecento, capace di interpretare in una forma originale ed efficacissima i problemi che travagliano l’uomo moderno. La visione montaliana della realtà si traduce in un messaggio poetico che rifiuta il lirismo fine a sé stesso e che innesta i legami con la tradizione lirica precedente in un tessuto lessicale nuovo e dominato dagli oggetti. Tra “pozzanghere/mezzo seccate” e “polverosi prati”, poesia e pensiero si fondono in un rapporto razionale con il mondo e i suoi detriti, quegli “ossi di seppia” impoetici e privi di orpelli sapientemente poggiati su una dizione scabra, aspra e antimusicale, manifesto del caos interiore dell’uomo.

da Ossi di seppia

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

La parola poetica, ridotta a “qualche storta sillaba e secca come un ramo” in Non chiederci la parola (1923), non è in grado di portare ordine nell’indecifrabile paralisi esistenziale e cosmica, quel “male di vivere” che si incista nella realtà attraverso immagini di tormento soffocato e affannoso, né può proporre messaggi positivi. Al tempo stesso, l’autore muove da un rassegnato rifiuto del dato sentimentale e recupera un rapporto più concreto con le cose, con l’idea ontologica della parola, offrendo al lettore un’immagine della condizione umana che è tra le più alte ed emblematiche espressioni della crisi contemporanea.

Dalla ricca e ragionata ricerca stilistica di ritmi dal taglio fortemente narrativo, deriva una poesia che insieme è anche una prosa irta di modi contrastanti, parlati, in cui l’aulico cozza con il prosaico, sintetizzando echi ed elementi della tradizione – a partire dall’eredità del plurilinguismo dantesco della Commedia – e ricercata sensibilità sintattica e lessicale.

La poesia di Montale, nell’esercitare un influsso capillare e durevole dal punto di vista della forma e del pensiero, diviene limpido insegnamento per tutta la tradizione poetica successiva.

E dei “molti Montale che ci guardano”, il poeta Giovanni Raboni sintetizza suggestivamente l’immensa lezione che scaturisce, trasmigrando da un Montale a un altro: “[…] con i grandi poeti, compresi quelli che siamo soliti annoverare o relegare fra i “classici”, i conti non sono mai veramente chiusi; che la loro immagine, se sappiamo guardarla con sufficiente attenzione, non può che apparirci in movimento e quasi in bilico sull’onda di un perenne e inquietante divenire.”

Conosci l'autore

12 ottobre 1896 - 12 settembre 1981Nato da una famiglia di commercianti, frequentò le scuole tecniche e intraprese studi di canto che dovette interrompere nel ’17 per andare al fronte come ufficiale di fanteria. Tornò dopo la guerra a Genova, dove cominciò a dedicarsi agli studi di poesia e a frequentare gli ambienti letterari. Nel ’27 andò a Firenze per lavorare prima presso la casa editrice Bemporad e dal ’28 come direttore del Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux, incarico che dovette lasciare dieci anni dopo perché non iscritto al partito fascista: d’altronde Montale aveva già mostrato il suo dissenso verso il regime, firmando, nel 1925, il manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da B. Croce. A Firenze ebbe assidui contatti, fra gli altri, con Vittorini, Gadda, Bonsanti, collaborò a riviste come «Solaria», «Pegaso», «Pan», «Letteratura», e si allontanò via via, culturalmente ed emotivamente, dalla matrice ligure della sua prima raccolta, le liriche di Ossi di seppia, pubblicate da Piero Gobetti nel 1925, ma sparsamente apparse, a partire dal 1922, sulla rivista «Primo tempo».Nell’ambiente fiorentino matura la poesia delle Occasioni (1939) e si sviluppa la sua attività di traduttore, prima di poeti (Eliot), quindi, più intensa dopo il licenziamento dal Vieusseux, di autori di teatro e di narrativa (Shakespeare, Cervantes, Corneille, Melville ecc.). Tra il ’40 e il ’43 compone le poesie di Finisterre che G. Contini riesce a portare in Svizzera, dove saranno pubblicate a Lugano (1943).Dopo la guerra aderisce al partito d’azione, collabora alla «Nazione» ed è condirettore, per un breve periodo, del quindicinale «Il Mondo». Nel ’48, assunto come redattore del «Corriere della sera», si trasferisce a Milano, da dove si allontana per diversi viaggi di lavoro (ne raccoglierà i ricordi in Fuori di casa, 1969). Dal 1955 svolge anche attività di critico musicale sul «Corriere d’informazione», per qualche anno. Via via ottiene i massimi riconoscimenti ufficiali: è nominato senatore a vita nel 1967 e gli è conferito, nel 1975, il premio Nobel.Dopo i due fondamentali volumi del ’25 e del ’39 e una silloge dei poeti tradotti (Quaderno di traduzioni, 1948), La bufera e altro (in cui confluiscono le poesie di Finisterre) e le prose di Farfalla di Dinard nel 1956 rompono un lungo silenzio, poi di nuovo mantenuto per un decennio fino alla prima raccolta di Xenia, liriche per la moglie morta tre anni prima, che faranno parte del volume Satura, del 1971; ancora del ’66 è Auto da fé. Cronache in due tempi, ampia antologia dei suoi scritti di cultura e di costume. Ricca ma disuguale la vena che alimenta i volumi dell’ultimo decennio: Diario del ’71 e del ’72 (1974), Quaderno di quattro anni (1977), gli scritti critici Sulla poesia (1976). Nel 1996 è stata pubblicata la raccolta Diario postumo. 66 poesie e altre, curata da A. Cima e con apparati critici di R. Bettarini; sulla sua attribuzione sono stati avanzati dubbi da alcuni critici.(dall'Enciclopedia della Letteratura Garzanti).

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